Un viaggio attraverso l'opera completa di Leonardo, dai manoscritti, alle sue impronte digitali, fino ai Leonardismi.


+PER INFORMAZIONI
info@museoleonardo.it

Museo Ideale
Via Montalbano, 2
50059 - Vinci (FI)
Tel. 0571-56296
Fax. 0571-56614


Salviamo Leonardo

Follow Us

Il giallo di un capolavoro del Cinquecento

mostra
La scultura dell’Arrotino Lanfranchi, anticamente ricordata a Pisa come "fatta dalli Scalpelli di Michel’Angelo," riscoperta in Inghilterra, è ora esposta al pubblico per la prima volta dopo 120 anni, nella mostra di Göteborg "And There Was Light. The Masters of the Renaissance."

Per la sua imponenza plastica e per la vibrante qualità estetica, l’Arrotino Lanfranchi ha suscitato grande interesse tra i visitatori, che si pongono interrogativi sull’autore di un simile capolavoro del Cinquecento italiano.

Si tratta di una versione in pietra della Golfolina (cioè delle antiche cave che si trovano sull’Arno, sotto la Villa Medicea di Artimino, in Comune di Carmignano) della scultura in marmo dell’Arrotino (copia romana del I sec. a.C. da un originale ellenistico), conservata agli Uffizi.

Nel catalogo della mostra, edito dall’Erma di Bretschneider (a cura di Francesco Buranelli e Alessandro Vezzosi), l’opera è presentata da una scheda di Flavia Zisa, archeologa e storica dell’arte antica, docente alla Facoltà di Archeologia dell’Università Kore di Enna, che ne ricostruisce le vicende, riprendendo l’attribuzione tradizionale a “scuola o fattura di Michelangelo” (ovvero alla cerchia del Buonarroti o allo stesso maestro).

La scultura era ricordata nel 1751 a Pisa in Palazzo Lanfranchi (ora Archivio di Stato) da Pandolfo Titi, che nella sua Guida della città scriveva: "[Michelangelo Buonarroti] volle assistere in persona a tal Fabbrica [la costruzione del Palazzo], e nello stesso tempo lavorò quivi quella bella Statua dell’Arrotino, che egli copiò dal Greco, ed antico, che sta nella Tribuna della Galleria de’ Medici in Firenze; e quasi direi, che in questa stata fatta dalli Scalpelli del detto Michel’Angelo, quantunque in Pietra Gonfolina, vi si vedesse più il morbido della carne [...] ed insieme vi è da vedere una bellissima Arpia per una Fontana, quale figura essere a cavallo di una Ranocchia."

Il palazzo Lanfranchi, sorto nel 1505, fu terminato nel 1579. Nel 1827, il ramo dei Lanfranchi-Rossi vendette la proprietà ai Toscanelli, escluse le due preziose sculture, dell’Arrotino (citato sopra come opera di Michelangelo) e dell’Arpia (senza indicazione dell’autore), che furono esposte (in prestito temporaneo) nel Museo del Bargello a Firenze, fino al 1888.

Già nel 1878 erano passate in proprietà di Francesco Masi come opere "di scuola o fattura di Michelangelo" e successivamente furono trasferite presso la villa di Capannoli, che nel 1939 diventava proprietà Gotti-Lega. Il soprintendente Nello Tarchiani suggeriva come autore dell’Arrotino il nome del Montorsoli o di Baccio da Montelupo. Entrambe le opere sono rimaste a Capannoli fino al 1970, quando presero vie separate.

Alla metà degli anni ’70, il Parronchi annota la presenza del solo Arrotino Lanfranchi nel mercato antiquario romano e propone come autore il nome del Giambologna o del Tacca. Negli anni ’90, l’Arpia viene attribuita al Tribolo ed esposta in due mostre fiorentine ("L’Officina della Maniera," 1996; "L’Ombra del Genio," 2002 a Palazzo Strozzi), in cui non compare l’Arrotino Lanfranchi.
Per quest’ultimo era stata invece autorizzata l’esportazione; ora è esposto a Göteborg.

Per la prima volta, dal 1888, il grande pubblico può finalmente ammirarlo e gli studiosi possono prenderne visione per affrontare i molti problemi che rimangono ancora aperti: le relazioni tra i Lanfranchi e Michelangelo a Pisa, e le ragioni dell’assegnazione dell’Arrotino a Michelangelo stesso, il successo del tema classico in età rinascimentale, la connessione con l’Arpia e molti altri temi nell’affascinante intreccio tra archeologia classica e scultura rinascimentale.